Dea Casara e altri Racconti

Dea Casara e altri Racconti

Un libro uscito dal cuore della Valbrenta

Nel settembre 2020 esce il libro “Dea Casara e altri racconti” scritto da Ivan Negrello, docente di materie forestali ed agrarie, socio di Adotta un Terrazzamento e membro del direttivo.

Dopo un attesa durata circa un anno, a causa della parentesi covid, si svolge domenica 4 luglio 2020, presso il Museo del Tabacco di Carpané, la presentazione del libro, con letture di alcuni racconti ad opera di Fabiana Simonetto e di alcuni ragazzi del Corso Estivo di Recitazione promosso dall’Associazione Adotta un Terrazzamento. A coordinare l’intero evento è stato Giorgio Cavalli.

«Io sono esistito a Valstagna, a Valbrenta. Ci tenevo che la mia prima presentazione si svolgesse proprio qui, in Valbrenta» (Ivan Negrello)

Copertina del libro “Dea Casara e altri racconto” con disegno dell’autore Ivan Negrello

«Per scrivere bisogna prima vivere» afferma Ivan Negrello, docente presso l’Istituto Agrario Parolini di Bassano del Grappa e socio di Adotta un Terrazzamento. Se vuoi raccontare di un luogo, dei suoi usi e costumi, della gente che vi abita, se vuoi comunicarne i profumi e i suoni, allora devi averne fatto esperienza. Non si possono inventare le vite degli altri senza immergersi in reali e concrete vicissitudini umane. Per scrivere della Valbrenta, sua terra natale in cui è cresciuto e dove vive, Ivan ha atteso di portare a maturazione sentimenti, pensieri, idee, conoscenze e attitudini. Le esperienze accumulate hanno infine trovato posto nel libro Dea Casara e altri racconti, fatto di articoli precedentemente pubblicati nella rivista Verderame – redatta dall’Istituto Parolini – e da un breve romanzo, “Dea Casara” appunto.

Nel libro la parola si snoda tra i paesaggi della Valbrenta, ci accompagna a scoprire i luoghi in cui avvengono le storie dei personaggi, perlopiù contadini. In Dea Casara e altri racconti il linguaggio, prima di attraversare i paesaggi, si veste di carne, di sangue e di sudore. A titolo d’esempio, ecco un passo dal racconto Fatiche, che narra la faticosa salita di Mansueto per i tornanti di Foza, partito da Praiondo, passando per Lebo, per andare a prendere del fieno per le sue vacche:

Tira uomo tira che la meta è ancora lontana. Ormai Mansueto stava entrando in quella fase dello sforzo dove predomina una specie di incoscienza. Il cervello, tutto impegnato a gestire la macchina dei polmoni, muscoli e tendini, non ha tempo per astrarre. I pensieri si dissolvono in uno strato di trance fuori dall’asse del tempo. Niente prima né dopo, solo ora, solo fatica che non fa più male.

E ci accorgiamo che la parola suda insieme al personaggio, e il lettore insieme a lui. Noi con Mansueto, nel racconto Fatiche sentiamo la dura pietra sotto i nostri piedi incurvati sotto il peso della fassa. Allora ci rendiamo conto che insieme a noi c’è il luogo, la terra, la valle, i pendii. Capiamo che il paesaggio non è semplice contemplazione, ma è esperienza vissuta, è fatica, è sforzo e lavoro. E mentre la parola ci obbliga a faticare insieme ai suoi personaggi, noi stiamo facendo esperienza viva dei luoghi. Ecco che Praiondo e Giaconi, in località Valstagna, si aprono sotto il nostro sguardo, ne siamo circondati, li tocchiamo con le suole consunte di Mansueto. Solo così la parola può diventare testimonianza della Piccola Storia. Anche quando gli aneddoti riguardano personaggi inventati dalla penna dell’autore, le azioni e i sentimenti si caricano di realtà. Come nel racconto El tabacco de Bepi, dove la descrizione della preparazione del terreno per la coltivazione del tabacco si intreccia con la verosimiglianza dei legami familiari e dei difficili rapporti di…vicinato.

E se le fatiche dei personaggi ci indicano la strada per la conoscenza dei luoghi, è proprio l’attività della caccia che ci suggerisce dove e come guardare per scoprire la natura. Volgiamo un veloce sguardo al breve romanzo Dea Casara e riportiamo un passo dal capitolo Casoto:

Dopo i tordi e i merli dell’alba, arrivarono frinquelli e peppole a cui si intersecavano i voli di ogni altra specie di fringillidi: frosoni, cardellini, crocieri, lucherini, verdoni, ciuffolotti.

I nomi degli uccelli si susseguono veloci, uno dietro l’altro, elencati con sicurezza e competenza. Sembra di essere dentro un breviario naturalistico. In questo capitolo il giovane Vittorio è introdotto al mondo della caccia. Appostato dentro le feritoie, riceve istruzioni precise e indicazioni etologiche da alcuni esperti cacciatori. Il personaggio di Vittorio, in Dea Casara, è il personaggio fittizio che incarna Ivan. «Buona parte del mio entusiasmo, delle mie conoscenze deriva dal fatto di essere stato un cacciatore. La caccia è frutto del luogo in cui sono nato» spiega l’autore. A Ivan la caccia ha insegnato l’arte di guardare, di appostarsi, di riconoscere i segni. Ci viene suggerito un binomio difficile da comprendere al giorno d’oggi, quello della caccia come rispetto e amore per la natura.

Disegno dell’autore Ivan Negrello

Nel racconto El Sedron ci regala la meravigliosa e rara esperienza della danza del gallo cedrone, vissuta dopo ore di attesa all’interno di una trincea, disteso sul manto nevoso:

Osservandolo mi rendo conto che è lui il vero re di questo posto, io misero spettatore, improvvisamente mi sento un piccolo e insignificante rappresentante di una specie in decadenza. Ha raggiunto il centro della sua arena nevosa. La danza è al culmine. Il vecchio gallo nero si esibisce con tutta la forza del suo coraggioso divenire, e i miei occhi si fanno antichi, ingenui, spiano dall’alba dell’umanità lo spirito della selva danzare. La macchina fotografica resta cieca sul fondo della trincea, come grezzo strumento che mai potrebbe catturare il mito.

La natura è citata e nominata nella sua moltitudine, localizzata nell’ambiente naturale in cui è possibile osservarla. La descrizione della fauna e della flora è minuta, dettagliata, frutto di innesti linguistici. Affiancato all’italiano abbiamo il dialetto veneto della Valbrenta a cui viene in soccorso il linguaggio scientifico. «Il dialetto ha una duplice funzione, estetica quanto narrativa» – spiega Ivan – «Ma il dialetto non è sempre sufficiente. Alcune espressioni sono uniche, non si possono sostituire. Ma il dialetto è ripetitivo, per questo l’italiano è necessario per un intento letterario. Eppure il dialetto rimane utile». Per parlare del nonno che taglia un fagaro, non si può fare a meno di utilizzare il termine manara. «Il dialetto è rappresentativo. Non si ingabbia in strutture sintattiche ben precise. È una lingua che si adatta, che cambia. È fantasiosa». In Dea Casara e altri racconti avviene uno scambio tra registri linguistici. Il dialetto acquista capacità poetica; il linguaggio scientifico diventa linguaggio ordinario; mentre l’italiano diventa il legante. Tutto il mondo della Valbrenta acquista la sua giusta espressione: ai campi e ai terrazzamenti sono restituiti i loro nomi dialettali, così come alle azioni, agli attrezzi agricoli e alle fasi del lavoro. Immediati i termini tròdoi, rodai, segana per il contadino veneto che ha vissuto la Valbrenta; esotici ed evocativi per chi non ha il dialetto come lingua madre. La flora è restituita con termini scientifici, e se questo rischia di allontanare il lettore dalla realtà, ecco che l’italiano subentra a poetizzare quei termini troppo specifici.

Disegno dell’autore Ivan Negrello

Quello che il lettore compie, addentrandosi nelle pagine di Dea Casara e altri racconti, è un viaggio sinestesico ed epifanico, frutto di sensazioni che si incrociano, di profumi che cercano di premere sulla parola, di momenti da cogliere e di azioni da compiere. Siamo di fronte ad «un tempo ritrovato che non è più tempo lineare. È un mondo dentro un’istantanea» è l’affermazione di Giorgio Cavalli durante la presentazione del libro al Museo del Tabacco di Carpanè. È l’istantanea di personaggi che non sono eroi, ma neanche anti-eroi. Non risolvono le grandi questioni, si limitano a riconoscerle. Si lasciano attraversare dalla grande storia mentre affrontano le questioni della Piccola Storia.

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