Scotano, Cotinus coggygria

Scotano, Cotinus coggygria

Come ali spiegate di muraiolo…

Come fiamme dalla roccia

Come scotano aggrappato ai dirupi della mia memoria..

Scotano abbarbicato su un pendio roccioso, nella strada che dalla contrada Mori sale in Valverta

Salve a tutti,

abbiamo pensato che il rosso dello scotano potesse costituire il giusto inizio per dar corso, di questa stagione, a una serie di monografie, a cadenza mensile, sulle piante legnose autoctone.

Prima di cominciare una precisazione. Quella cosa che vedete in alto a sinistra, non è una citazione, non appartiene a nessuno, è solo un gioco di parole che ha il ruolo dell’aperitivo prima di cena. Preparare la mente a servirsi anche delle emozioni per gustare quello che leggerete. Vedere il bello prima di tutto il resto. Ovviamente la speranza è che l’intruglio vi sia gradito.

Intanto vi svelo gli ingredienti: una delle bellezze dello scotano, al secolo Cotinus coggygria, è il colore rosso delle sue foglie in autunno. In certi esemplari che si abbarbicano sulle rocce più esposte al sole, il rosso raggiunge tonalità da far invidia alle remiganti di uno fra i più straordinari uccelli delle alpi, il picchio muraiolo (Tichodroma muraria).

Quindi rosso, rocce, sole e qualche ricordo che si affaccia proprio da quei dirupi sono gli ingredienti dell’aperitivo di oggi.

La pianta è classificata fra gli arbusti, ma con pedologia particolarmente favorevole, può raggiungere la mole di piccolo albero. Ha diversi nomi volgari, infatti oltre a scotano – il più comune- viene chiamata anche sommaco minore, albero della nebbia ecc.

Appartiene alla famiglia delle anacardiaceae, suo illustre parente è il sommaco maggiore (Rhus typhina), anacardiacea esotica comunemente usata nei giardini di tutto il mondo. Lo scotano porta fillotassi ad inserzione alterna. Le foglie di colore verde intenso sono decidue e caratterizzate da leggera eterofillia. Quelle posizionate più in basso nell’arbusto sono di norma rotondeggianti, mentre quelle in stazione superiore assumono forma obovata, quindi leggermente più allungate. La loro pezzatura non va oltre i 6 centimetri di diametro, hanno margine fogliare intero e nervature pennate ben evidenti, ma quel che più conta, è che sono molto aromatiche. Sanno di chimica, come di resina canforata, un odore intenso, basta strappare una foglia e strofinarla forte fra le dita e vi rilascerà un marchio odoroso che una volta inalato non si dimenticherà.

A questo proposito consentitemi una divagazione. Noi tutti come organo di senso quasi esclusivo, per indagare il mondo che ci circonda, usiamo la vista, degli altri sensi facciamo poco conto. Spesso dell’olfatto ci ricordiamo solo quando ci segnala qualcosa di sgradevole. Si capisce anche perché; siamo figli del virtuale. Anche prima dell’odierna tecnologia, la cultura ci raggiungeva quasi solo attraverso la “virtualità” dei libri o delle lezioni frontali al chiuso delle aule scolastiche di ogni genere e grado. Ebbene dobbiamo sforzarsi di uscire da questa gabbia che ci esclude dal mondo reale e tornare ad usare tutto quello di cui l’evoluzione ci ha fornito. Nello studio della botanica olfatto e tatto sono degli strumenti straordinari di cui veramente non dovremmo fare a meno.

Lo Scotano qui ha superato il portamento dell’arbusto

Le infiorescenze e le relative fruttificazioni riunite in vaporose pannocchie conferiscono all’arbusto un effetto scenico molto particolare, come se la pianta fosse avvolta da una leggera nebbia, da qui il nome di albero della nebbia. Lo chiamano così ma lui di nebbia non vuol sentir parlare e a dispetto dell’epiteto, l’ambiente preferito è tutt’altro che nebbioso, ma al contrario secco, ben esposto al sole e meglio se a matrice calcarea. Esattamente come i nostri declivi e dirupi al suivo. Ama il caldo e non si spinge volentieri oltre gli 800 metri di altitudine.

Non gode e non ha goduto dell’attenzione della gente della valle. Qui, per quel che ne so io, non hanno mai apprezzato le sue attitudini conciarie e coloranti. Almeno non negli ultimi due secoli, di prima non so.

Certo è che lo scotano è collocato in una famiglia botanica a cui appartengono diverse specie che hanno dato per millenni le loro linfe all’industria conciaria e tintoria. La letteratura è piena di testimonianze in questo senso.

Qui da noi la pianta è spontanea, ma in altri luoghi fu anche coltivata, almeno fino al XVIII secolo. Le zone più vocate si trovavano sugli Appennini centro settentrionali. Nelle stazioni più adatte alle sue esigenze lo scotano veniva moltiplicato con la tecnica del capogatto e la crescita favorita mantenendo il suolo sgombro da infestanti tramite zappature. Verso settembre i virgulti venivano roncati e portati al coperto ad essiccare, successivamente ridotti in polveri tramite una faticosa battitura con uno strumento detto mazzuolo, simile a quello usato per trebbiare il grano nelle aie. Dalle cronache dell’epoca si capisce che il prodotto aveva un notevole valore commerciale, e dalla raccolta, all’essicazione fino alla riduzione in polvere dovevano occuparsi molte braccia.

Ora la sintesi, nel senso della chimica, l’ha soppiantato e delle su preziose linfe non si ricorda nessuno. Tuttavia non è scomparso dal mondo del commercio; si è fatto riciclare nel settore del giardinaggio. Lì ha trovato terreno fertile offrendo bellezza cromatica e crescita limitata. È diventato ospite d’eccellenza nei piccoli giardini che non possono ambire alle maestosità dell’alto fusto. Ma anche prezioso ornamento di siepi ed ecotoni, nei parchi più vasti.

Alcune varietà sono a foglia rossa, stanno come in un perenne autunno. Sorte questa che lo scotano condivide con molte altre specie, a cui è stato dato il compito di rompere la monotonia del verde estivo. Quel rosso tuttavia non eguaglia mai il porpora ottobrino della forma ancestrale che fa capolino dai dirupi.

Alla policromia fuori stagione ho ceduto anch’io. A ridosso del muro di cinta, a sud del praticello d’entrata, c’è il mio coggigria a fogliame rosso, è diventato enorme, policormico, dall’aspetto contorto di pianta che sembra aver vissuto assai. In verità ha solo 20 anni, nonostante le promesse vivaistiche, non porta fogliame particolarmente attraente ma la sua forma, e il suo modo di occupare il mio giardino, lo ha reso nel tempo speciale. Poi lui regge le mangiatoie appese per i nostri amati parassiti invernali. Cince, fringuelli, passere scopaiole, pettirossi e una banda di passeri, lo animano dall’alba al tramonto.

Ogni tanto mi fermo a guardarlo, strappo una foglia e la annuso, come a rinsaldare la nostra amicizia e penso al mio stupore quando da bambino mi accorsi di quelle “fiamme rosse” che uscivano dalle rocce lontane, in autunno. Non sapevo chi le generasse e morivo dalla voglia di saperlo, ma non avevo mezzi per scoprirlo, ora so che invece conoscevo già, perchè le emozioni hanno già il sapore della conoscenza e io e lo scotano ci conosciamo da sempre.

2 comments

Bellissimo articolo! Soprattutto la fine, mi ha fatto emozionare. Spero di continuare a leggere articoli simili in futuro. Un caro saluto da una friulana a New York.

Interessante questa iniziativa! Mi complimento con l’autore, sa fondere botanica con vicende umane. Attendo, curiosa, il prossimo articolo.

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