Strope, rapeghe e sache

Strope, rapeghe e sache

E strope?…coi salgàri
E ràpeghe?…coi noseàri e anca coi orni
E sache?…de nosearo, ma anca de merda de gato..
Bravo!!

Alberelli di poco conto, abituati a crescere in fretta, ad attecchire dappertutto, sempre in fuga, topi che corrono fra le zampe di dinosauri. Lo so, fare di veloci topi e più lenti dinosauri metafora per definire la lotta fra nani e giganti nel mondo degli alberi, sembra un po’ folle. Ma se riflettete e date tempo al tempo, scoprirete che alle statiche piante si possono attribuire parametri di velocità relativa come a qualsiasi altro comparto dei viventi e non.

Per le mosche noi siamo più lenti di un 45 giri suonato a 33. Per noi le piante sono ferme. Per le piante le Alpi non si muovono.

Hanno ragione solo le mosche, perché tutti sappiamo che il processo orogenetico che coinvolge la grande catena Alpina non è concluso e l’universo verde si muove eccome: scappa, si affretta, s’attarda come qualsiasi altro vivente. Per vederlo basta non considerare solo e unicamente l’individuo, ma allargare l’attenzione sulla specie o meglio sulla comunità, ed ecco che tutto diventa chiaro. Non a caso si parla di dinamiche dei popolamenti anche quando ci si riferisce ai rapporti fra piante.

I più piccoli, gli arbusti, sono perlopiù condannati a vivere con la valigia in mano, scappano riproducendosi. Vantano strategie di diffusione collaudate fino ai più minuti dettagli per arrivare prima dove si è aperta una luce. Sempre pronti a cambiar aria e approfittare di ogni spazio libero per crescere in fretta, generare lì altri veloci viaggiatori per poi chinarsi alla strapotenza dei grossi alberi e delle loro ombre.

È di loro che voglio parlare, perché sono come la gente del tabacco, fatti per le rive arte e per i margini, ma con la dignità di chi ha la consapevolezza di contare. E per la nodosa gente delle masiere hanno contato, eccome.

Al tempo del tabacco, in Valbrenta di arbusti c’era abbondanza, anzi praticamente di legnoso non c’era altro. L’incessante lavoro dell’uomo impediva lo sviluppo dell’alto fusto regalando loro opportunità insperate. Erano graditi, ma rigorosamente fuori dai coltivi; per averli non occorreva piantarli, arrivavano da soli, arrivavano dappertutto, anche troppo che ci doveva pensar la falce o la zappa a far selezione.

Quando si decideva di preservarli era di solito lungo i sentieri, in particolare a valle di quelli trasversali a mo’ di parapetto naturale. O nei versanti più arsi e ripidi che gnanca el fen magro se podeva far. Anche oggi su quelle creste secche di roccia grigia, i piccoletti regnano alla faccia dei mastodonti che non ce la fanno. Per loro – quelli grossi – c’è troppa roccia e poca acqua. Solo qualche carpino nero resiste, ma a svettare non ci pensa, si accontenta anche lui di qualche metro sopra al suo orizzonte radicale.

Al tempo in cui la terra strappata alla montagna era considerata preziosa quanto la vita, una sola fra le specie che sto trattando poteva vantare in qualche modo di essere coltivata.

Comincerò proprio da lui, el salgàro, ovvero il produttore de strope, detto anche stroparo. Piantato ai margini dei terrazzamenti, occupava le strisce improduttive fra un campo e l’altro.

Salice da strope

I stropari sono salici, e qui ci si potrebbe già fermare, rischiare oltre, come piace dire in Toscana, potrebbe portarti a far la figura del fesso. Perché? Ma perché i salici sono un po’ così, i diversi non li spaventano. Amano ibridarsi fra specie, anzi non solo loro ma l’intera famiglia delle salicaceae, pioppi compresi, vanno matti per l’eterozigosi. Come dire, sono portatori di un antirazzismo ben radicato. Ma noi azzarderemo ugualmente un po’ di più.

El salgaro da strope portava, e porta ancora ove resiste, abbondante “sangue” di Salix viminalis. Quello dai fusti giallo arancione tanto per capirci, detto anche salice da cesti. Mentre lo scrivo però già mi viene in mente che esiste pure una varietà di Salix alba, ovvero del comune salice bianco, chiamata vitellina, che porta ramificazioni distali di colore giallo ed è buona da strope. Non credo quanto l’altra, ma basta, come si diceva, per farti fesso. Ai vecchi coltivatori invece non garbava di far la figura dei fessi. E per non saper né leggere né scrivere, già molto prima che Watson e Crick volassero a Stoccolma a ritirare il Nobel per la medicina col modellino del DNA in valigia, per propagare le piante migliori, più flessuose, insomma e meio da strope, ricorrevano alla più sicura riproduzione agamica.

Salix alba con tesi maschile

Quelli che avevamo in Gevena li piantò mio nonno col pal de fero. Quatro bachete a tre metri una dall’altra, in un àrdene fra due terrazzamenti, el Campo dea Sopa e el Campo Grando. In quella striscia arta la terra era buona e fresca, sotto ad un alto muro a secco. Quando feci la loro conoscenza i quattro produttori de strope erano già grandi, non alti, ma abbastanza vecchi da portare un grosso callo cicatriziale. Non che io mi ergessi di molto, guardavo il mondo da non più di un metro da terra. E quella grossa testa di salice bitorzoluta, che mio padre tosava agevolmente coi piedi per terra, io la vedevo stagliarsi contro lo spicchio di cielo che la valle concede a chi guarda in alto. E strope cadevano per terra silenziose ai piedi del tronco rugoso. Io, inginocchiato sull’erba secca di febbraio, aiutavo raggruppando in mazzi i succhioni gialli, cernendoli per grandezza.

I succhioni di salice sono una cosa bella, sanno di buono, hanno un legno dolce, sono lucidi. È bello averli in mano; vengono da alberi che sentiamo amici.

Amici da così tanto da poter affermare che il rapporto col salice sbuca letteralmente dalla notte dei tempi. E la sapienza nell’intreccio del salice, con tutta probabilità, era cosa sedimentata già in epoca paleolitica, molto prima della ceramica e dei metalli. Sembra sia antecedente alla realizzazione di vasi in cotto anche l’acquisizione della tecnica di cottura degli alimenti in acqua e, incredibile dictus, si debba attribuire proprio all’abilità di intreccio del salice. Almeno così scrive Jean M. Auel nel suo celeberrimo Le pianure del passaggio. Quei cesti primordiali venivano intrecciati così fittamente da diventare impermeabili, vere e proprie pentole di salice.

Salice sul fuoco? Obiezione più che naturale, ma che non tiene conto che si può far bollire l’acqua anche senza fiamma diretta. I grezzi uomini della pietra avevano scoperto che mettere nell’acqua pietre “incandescenti” la portava, con un po’ di pazienza, al fatidico tumultuoso passaggio di stato.

E credo non sia stata l’unica scoperta. Cuocere dentro al salice significava diluire gli umori di quei legni nelle primordiali minestre. E questa roba qua, C9H8O4, che forse conosciamo meglio come acido acetilsalicilico e ancor meglio come Aspirina, è prodotta proprio dai salici.
Se ne accorsero anche loro? Io credo proprio di sì. Anzi credo che l’aspirina naturale sia stata uno dei massimi segreti dello sciamanesimo ancestrale, magari nell’intruglio ci mettevano anche qualche lingua di basilisco, ma era per far scena. Il farmaco, quello sì vero ed efficace, veniva dal salice.

Il salice non ha ancora smesso di penetrare la vita dell’uomo, c’è chi lo usa ancora, anche se i più moderni sistemi di allevamento della vite, escludendolo di fatto, hanno azzerato la sua più importante utilizzazione. Qualcuno fra folclore e professione, lo cerca ancora per fare cesti e manufatti simili. A testimonianza che il fascino dell’intreccio non ci ha abbandonato. Qualcun altro ha capito che i salici sono decorativi e possono a buon titolo far parte del giardino; colorano la brina.

Sono portatore di cronica idiosincrasia verso ogni forma di imperativo, ma c’è un ordine che per risentirlo darei abbastanza:

«Cori velto, va tor un manel de strope che e go quasi finie»

Però bisognerebbe che fosse mio padre a impartirmelo.

Da ragazzino lo accompagnavo in primavera – più inverno che primavera – a igàr e vì. Avevamo un po’ di vigna, de ùa mericana. Un vitigno che abita la valle da secoli, che poi a chiamarlo vitigno vedo già l’orrore sui visini alla moda dei cicisbei del calice, ma non importa, per noi el merican era un vino nobile, il più nobile che ci potevamo permettere.

Ben lungi dal voler intrattenervi con un trattato sulla viticoltura di sussistenza dee masiere, dirò solo che in Valle non esisteva coltivazione della vite senza strope; mericana o no. Tutto era letteralmente tenuto insieme dal generoso salgaro: pali, tutori, viti e fil de fero, in una unica solidale spaliera.

E strope erano di tre pezzature. Quelle più grosse per assicurare il fil di ferro alto ai pali e i pali ai contropali, le medie per le rapeghe, e le piccole per fermare i tralci al ferro basso dopo la curvatura.

Perché la legatura funzioni bisogna acquisire la tecnica di fissaggio, ma non è difficile. Non la descriverò perché dovrei riempire una pagina di parole – con scarsa garanzia di successo – per qualcosa che provando si impara in trenta secondi.

Per imparare a saper fare è, per fortuna ancora, meglio andare a bottega. La letteratura mal si piega alla noia delle descrizioni pratiche, se non al caro prezzo del tedio assoluto, tutorial accelerati compresi.

Non basta guardare per capire il fare, bisogna metterci anche i sensi meno nobili, o i più nobili a seconda dei punti di vista. Magari anche solo per rendersi conto che nessuno – ma proprio nessuno – ti aveva “chiamato”… né da dentro né dall’alto.

A chi ama le piante per la loro bellezza un’altra cosa sui salici vorrei dirla. Su uno che con le strope c’entra poco: il salicone, una delle delizie delle nostre primavere.

Salix caprea che il caro Linneo volle legare alle capre, collegandolo alle loro preferenze alimentari. In effetti i salici, non solo il caprea, sono molto graditi ai brucatori, evidentemente l’aspirina fa bene anche a loro. Per questo i salici andrebbero preservati, qualcuno nella forma adulta per le necessarie sementazioni e altri in forme roncate basse a portata di ruminanti. Ma per farlo bisogna prima di tutto avere come obiettivo la preservazione degli ecotoni e… saper cogliere gli sprazzi di bellezza genuina che le selvatiche sanno dare.

Fra tutti i salici autoctoni, il salicone è il più rustico e diffuso e l’unico che porta foglie ellittico-ovate, in altre parole non marcatamente lanceolate, come il resto dei salici.

Ma veniamo alla bellezza, che fa sempre bene sia agli occhi che all’anima. Il caprea, come tutte le salicaceae, è dioico, quindi esistono individui maschi e individui femmine, già questo, in qualche modo, ce lo rende più simpatico. Nelle primissime fasi del risveglio primaverile, i due sessi non si distinguono molto, entrambi producono le cosiddette gate peose, ovvero una prima distensione delle gemme a fiore che mette in evidenza il grigio delicato velluto protettivo che soggiornava sotto alle perule. Un morbido cappotto per resistere ai freddi invernali, indispensabile ai salici che spesso occupano gli umidi bassifondi vallivi ove d’inverno l’inversione termica può colpire molto duramente.

Ben presto però con l’avanzare della “schiusura” le antesi si diversificano e il maschio si ammanta di una miriade di grossi gattici giallo oro carichi di polline. La femmina più sobria produce amenti meno vistosi di colore verde. Non scialba ma pragmatica, come si addice a chi sa cosa conta veramente nella vita.

Da piccolo pensavo fossero due specie diverse, preferivo ovviamente gli alberi a gattici gialli, erano troppo invitanti, sapevano così tanto di primavera e di gioia che non resistevo, coglievo qualche ramoscello e lo portavo a casa. Mia madre mi ringraziava con un raro bacio. Lì davanti a lei il dono diventava sincero, ma se ci ripenso bene, capisco che quel desiderio incontenibile di coglierli era mosso più che altro dal mio immenso stupore di bambino verso tutta quella meraviglia in perenne evoluzione, che mi rapiva l’anima ogni giorno.

La primavera si può percepire in mille modi, ognuno ha di sicuro il suo, ma chi la sente dai salici, secondo me, sa vivere il momento con radici emotive più antiche.

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