Tiglio, l’albero dei teari

Tiglio, l’albero dei teari

Immaginate una piccola stalla illuminata fiocamente dalla lampadina da 25 candele, quattro bovine alla greppia, buttate sullo strame odoroso di timo e felci, che ruminano placide nelle penombre. E un bambino che segue il lavoro del padre che gli sta costruendo lo slittino.

È arrivato il momento di forare i traversi, la trivella penetra fonda nel legno secco, il bambino aspetta di veder la punta spuntare dall’altra parte. “Veditu a punta?”, chiede il padre, “sii sii ecoea, a vedo”, grida il bambino eccitato. Pochi giri ancora, poi il padre estrae la trivella e cadono i trucioli: sono belle elicoidi di legno secco e odoroso, il bambino le raccoglie e se le porta al naso, aspira avidamente quell’effluvio di legno svelato. È l’odore della sua slitta, è buon odore di tiglio”.

Tajàro è la parola valligiana per tiglio: i riferimenti etimologici sono scarsi, ma si suppone abbia a che fare con il vecchio epiteto latino “Tilia” che a sua volta ha che fare con ala, in riferimento alle strutture riproduttive anemocore a cui si affida per la disseminazione. Anche se un po’ ci confonde l’assonanza con tajàr che significa tagliare, recidere. A questo proposito verrebbe quasi da pensare che c’entri con la facilità di taglio – intesa come abbattimento – che la pianta offre a causa del suo legno tenero. Ma credo non ci azzecchi nulla, anche se in etimologia è lecito quasi tutto…

Tiglio in località Valsugana Torcegno

La pianta appartiene alla famiglia delle Tiliaceae e si presenta alla botanica dotta col binomio Tilia cordata Mill. dove “cordata” lo deve alla forma a cuore della sua foglia.

Vi parlerò di T. cordata, anche se non è l’unico rappresentante autoctono del genere Tilia, ma è senz’altro quello che da sempre popola i nostri pendii e le prime prospicenze dell’Altopiano. Gli altri, gli urbanizzati, di solito sono ibridi e non di rado nelle loro “vene” circola linfa esotica, abitano a buon titolo viali, parchi e giardini, loro hanno fatto la storia del giardino, il nostro la storia dei màneghi e dei granari.

Gli piace la buona terra e non ama la siccità, il gelo lo sopporta, ma con moderazione.

L’industria si è interessata al suo legno solo per prodotti di scarsa qualità, infatti il meglio di sé l’ha dato sempre come “ornamento”. Ma anche in questa veste, che parrebbe privilegiata, non sempre gli è andata bene.

Prima di ogni altra considerazione è necessario, tuttavia, rendere il merito che gli spetta. Il tiglio è bello ed è bello sempre. Estate, inverno o autunno che sia. E di certo non è stato lui a ispirare F. Guccini quando pensando gennaio scrisse …neri alberi stanchi…, perché il tenero cordato dà quasi il meglio di sé proprio d’inverno. E pensare che la meraviglia della sua chioma spoglia che si staglia contro un plumbeo cielo natalizio è tutta dovuta alla ramificazione, una simpodiale perfetta. Un modo a zig zag di ramificare nato per ordire armonia. Ma c’è una condizione che non può essere disattesa, benché molti presuntuosi pensino il contrario: l’armonia si ottiene solo sotterrando l’ascia di guerra, ossia forbici, seghetti e motoseghe!

Ramificazione del tiglio

Molti possessori di giardino pensano che occuparsi delle piante sia ingaggiare con loro una guerra da combattere con ogni sorta di strumento capace di mutilare. Io non la penso così, salvo estrema necessità cerco di favorire le strutture che l’evoluzione ha plasmato per loro. In termini di bellezza far meglio della natura è complicato. E lo è già solo nello scegliere banali consociazioni floristiche, con le forme è quasi impossibile. E più le forme son alberi e peggio è. Purtroppo i tigli a causa della loro buona natura hanno pagato con abbondanza l’insipienza umana in tema di potature e capitozzature ignoranti, soprattutto quando destinati a viali, stradoni o giardini insufficienti. Ma se vi capita la fortuna di incontrare da qualche parte un intonso vetusto tiglio, uno di quei fortunati guardiani del tempo che non vi concede di ignorarlo, in uno di quei posti dove nessuno raccoglie le foglie all’infuori del vento, alzate lo sguardo e contemplate la sua chioma, sarà come fluttuare nel cosmo pervasi dalla ammaliante assoluta armonia del caos.

Upà, de che egno ꭍei i teari?” “De tajaro no, de cosa vutu che i sia?”

Deve essere andata così che imparai il legno dei teari pai smussi. Un mio granaio li porta ancora, sono belli nella loro stortezza, hanno veramente poco di dritto. Solo lunghi polloni di tiglio pelati e secchi che odorano ancora di tabacco, ma che se avvicini il naso fino a toccarli e poi aspiri avidamente non sanno nascondere la loro natura, e il profumo un po’ asprigno e un po’ acido del tajaro appena peà stimola ancora i recettori. Quanto mi piacciono i legni che non tradiscono mai il loro odore. Eppure degli odori si parla sempre poco, come se il mondo indagato dall’olfatto avesse a che fare più degli altri con la pudicizia, qualcosa che impedisce di parlarne in piena libertà, come dire… riservato a una maggiore intimità.

Mentre io rincorro gli odori del mio universo ligneo, di certo voi vi chiederete cosa siano i teari. Presto detto. Sono delle semplici impalcature atte a sostenere file a piani di smussi col tabacco picà a secàr. Pali verticali e traversi orizzontali tenuti assieme da caeci, fil de fero de a guera e strope de salgàro, il tutto inchiodato, in basso al solaio e in alto alle travi del tetto. Semplici strutture baciate dalla libertà dell’approssimazione a tal punto da essere uniche, nel senso di “tutte diverse”, non nella funzione ovviamente, ma nel ruolo di specchi delle menti che le costruivano. Al tempo del tabacco non c’era granaro che non ne fosse attrezzato.

Ma perché proprio el tajaro? Perché il tiglio è pianta dal legno leggero, una volta secco, ma anche abbastanza elastico e resistente. In pratica il bambù di casa nostra. Ripudiato dai fogoeari per la sua scarsa resa energetica, veniva apprezzato oltre che per i teari anche per la realizzazione di manici leggeri, slitte e snissoe, e in ogni utilizzazione che esigesse leggerezza con moderata resistenza e si trasformasse in manufatti da poter tenere all’asciutto, dato che non sopporta l’umidità. Da questo punto di vista meglio dei granari non c’era, infatti i miei teari non possono avere meno di un secolo e se non proprio tutti, molti sono ancora sani. Quei legni hanno vegliato sulle schiene ricurve di generazioni di valligiani che in granaro allestivano smussi con foglie verdi da picar su a secarse.

Non mi chiedo mai a che livello di comprensione del dialetto sia il lettore, intercalare vernacolo mi viene così naturale da non accorgermi che forse qualcuno potrebbe faticare. Ma per quello che racconto ci vuole, non saprei come farne senza, il risultato non sarebbe lo stesso. Anzi proprio non scriverei di queste cose, non mi interesserebbe e ancor meno mi divertirebbe. Tuttavia credo che svelare almeno l’identità di “smussi” a questo punto si renda necessario.

Ecco, intanto smusso ndarìa scrito con una sola esse, come quasi tutte le parole del dialetto di valle, avarissime di doppie. Il raddoppio si usa nel tentativo di aiutare il lettore a dare a quella s fonia sorda, e fin qua tutto bene, ma le s sono due, così vien di strascicare. E no, non va fatto parchè in diaèto no se ga da sentir e dopie. Per farla breve“smusso” si legge come orso.

L’essiccatore di foglie di tabacco di norma era di abete, squadrato, lungo dai tre ai quattro metri circa, a seconda dei teari o delle dimensioni di stanze e granari. In pratica un murale da 3 per 5 cm di abete grezzo. Serviva a portare una lunga fila di foglie incastrate una sotto all’altra per le punte. Si faceva così: si appoggiava sul pavimento un smusso per il profilo più largo, poi ad un estremo dello stesso si deponeva la prima foglia, con la pagina superiore rivolta verso l’alto, la punta abbondantemente sopra al legno e la linea di costola ortogonale al smusso, quindi si procedeva con una seconda foglia che veniva posta dall’altra parte allo stesso modo, però sovrapposta per metà alla foglia precedente, si andava avanti sempre così fino alla fine del smusso.

Disegno tratto da Valstagna.info

Le foglie poste a quel modo si reggevano da sole, meno l’ultima ovviamente che veniva fissata alle due precedenti tramite una cucitura con speo, un legnetto a punta del tutto uguale a quelli usati come fermacapelli nelle acconciature a chignon, solo un po’ più grezzo. Una volta sollevato il tutto le foglie si disponevano a pendaglio con i piccioli verso il basso, lo spessore del smusso le manteneva distaccate, condizione essenziale per una buona essiccatura, i smussi venivano posti a piani uno di fianco all’altro sui teari. E lì rimanevano fino al primo siroco de disembre (esse sorda me racomando).

Ma torniamo all’oggetto del nostro discorrere: i polloni di tiglio venivano usati anche per immanicare forche per il fieno, qualche zappa e c’era chi li preferiva pure per la vanga, sempre in onore alla leggerezza, che non guastava mai quando l’uso dell’attrezzo cominciava all’alba e finiva al tramonto. Mi ricordo le nostre forche a cui veniva cambiato il manico usuale con uno lunghissimo adatto a servire l’ultimo foraggio al posatore, su in cima al fienile diventato altissimo. Per fortuna che erano di tiglio.

Tiglio capitozzato

Se del tiglio si usavano soprattutto i polloni significa che solo di rado alla specie gli si concedeva di crescere con individui a fustaia, ma era il ceduo il suo destino. È stato dopo la guerra con la fine della civiltà del tabacco e il conseguente abbandono dei versanti che qualche esemplare di tiglio ha potuto, crescendo libero, sviluppare moli e forme di un certo pregio. Peccato che non le veda nessuno, confuse come sono in boscacci selvaggi di nessun pregio. Solo di un posto so essere dedicato al tiglio: lungo la mulattiera che da Oliero di sotto raggiunge Malga Pozzette c’è un luogo chiamato el Tajàro, lì di sicuro deve essere vissuto un tiglio diventato vecchio, quando a pochi era concesso, di lui però non ho ricordo.

Ma non posso concludere questa veloce carrellata di utilizzi del tajaro senza parlare della slitta. Nel manufatto per la fatica che scorre in basso, il tiglio funge da elemento centrale che rinsalda le due metà e dà forma al tutto. Tre traversi di tiglio stagionato, ognuno infilato su due montanti e penetrato da 4 bachéte. Ognuno abbastanza grosso da sopportare 6 fori, quindi di un diametro che con un altro legno avrebbe appesantito troppo la slitta. E siccome per trascinarla a valle carica andava prima portata su vuota, meno pesava…

Un legno per molte occasioni eppur disprezzato, la rudezza valligiana non gli ha mai perdonato la sua mollezza, pesante pieno d’acqua da verde e poi una volta secco leggero che nol scalda gnente. Come se i suoi preziosi servigi non lo potessero riscattare, quando veniva salvato un albero per farne un arricchimento del paesaggio, non era di certo un tajaro. Alla delicatezza del tiglio si preferiva la forza del faggio, l’arroganza dell’abete o la feconda produzione del ciliegio.

Agli occhi montanari non son bastate mai neanche le sue stupende antesi, e se il profumo inebriante dei suoi fiori qualche volta faceva breccia nel cuore di quei camminatori dei trodi, rimaneva cosa muta, seppellita sotto a un’intimità che non doveva essere svelata. Io sono figlio loro e lo so.

Frutto alato del Tiglio

A me quel dolce effluvio di giugno ha invece sempre fatto girar la testa. Un gradito nunzio d’estate, che attendevo e sì, lo confesso, attendo ancora. Forse con un po’ meno ansia di un tempo, ma dai tigli del viale delle Fosse a Bassano aspetto ancora l’odore della fine degli impegni scolastici, che per la cronaca per me non sono ancora finiti.

Della bellezza del tiglio presi piena coscienza che non avevo vent’anni, accadde su alla fontana dei Prai. Quel giorno, assieme a due amici, con l’accetta ne liberammo uno da rovi e altri concorrenti fastidiosi. Mettemmo in mostra il bel tronco a chi passava per la mulattiera. Avrà avuto una cinquantina d’anni allora, era bello e sano come solo le piante selvatiche sanno essere, nella sua chioma rigogliosa s’intravvedevano già abbozzi di bellezza assoluta o a me parve proprio di vederli, l’amore è fatto così.

Devo andare a trovarlo, perché è tanto che non ci vediamo. Qualcosa gli devo. Se sono – come mi considero – diventato capace di percepire la bellezza, lo devo anche a lui che in quella afosa giornata estiva dei miei quasi vent’anni mi ha aiutato a vedere l’eleganza dove pochi la cercano, mi ha indicato come cercare la gioia e cosa fare col sapere.

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