Un albero dal cuore nero: il Gegal

Un albero dal cuore nero: il Gegal

A voi Gialle meraviglie dal cuore nero

che avete custodito le ali dei miei sogni

A voi semplici che a lungo avete lavorato

a fianco di chi non è più e mi corrispondeva,

Questo mio tributo

Quando il legno incontra la mano nascono storie da raccontare. Quelle che mi piacciono sono umili e perdute. Null’altro che vecchia vita di tutti i giorni di cui pochi vogliono scrivere, perché non narra di potenti, non fa la “storia”, non si fa bella chiedendo sangue, sopraffazione ed estremi sacrifici. Contiene solo piccole storie di fatica, sopravvivenza, ingegno che crea quasi dal nulla.

Solo piccole storie, ma se non ci fossero state, le altre – quelle grandi – come avrebbero potuto esistere? Anche i castelli hanno bisogno della silenziosa roccia dove poggiare.

Quelli che hanno lavorato con le mani sono stati la roccia e la linfa che dal basso ha sostenuto e nutrito le storie scritte sui libri. Di quelle voci, di quel saper fare è rimasto poco. Io, in ritardo, ne raccolgo gli echi e li offro a chi ha voglia di altre verità.

Ma prima di raccontare come il legno del Gegal s’incarnava con la vita dei valligiani, è necessario svelarne l’identità, nel senso che Gegal se non sei nato a Valstagna è difficile che ti dica qualcosa.

Con maggiociondolo già ci universalizziamo un po’ di più, se poi vogliamo frequentare il dettaglio allora diremo Laburnum alpinum della famiglia delle Fabaceae. Anche se la maggior parte della gente lo conosce come L. anagyroides che poi sarebbe il maggiociondolo comune, ma da noi dagli 800 metri in su vive la versione montana del genere Laburnum, l’alpinum appunto. Le differenze fra i due sono affare per tassonomi, dettagli di poca importanza, se non che uno ha preferenze più alpine dell’altro.

Gegal (maggiociondolo)

Il Gegal è un alberello ecotonale che orna i pascoli, difficilmente arriva ai 10 metri di altezza. Di più non gli serve, sa che non potrebbe comunque competere coi giganti del bosco, allora cerca di starne fuori. Gli piacciono i margini, quelle strisce di terreno che fanno da cuscino e dividono i due mondi delle nostre sommità, il bosco di faggio e abete dai pascoli. In quella terra di nessuno si affollano e si fanno largo una quantità di piante, dall’erbaceo al legnoso. Sfuggono al bosco che le incalza e resistono al bestiame che dall’altra parte bruca assiduamente tutta l’estate. Si difendono e reclamano il loro posto al mondo in mille modi diversi, anche avvelenando. Il maggiociondolo è infatti pianta velenosa in tutte le sue parti, avvelena tanti, ma non tutti. Qualche fitofago d’inverno sa approfittare delle sue tenere cortecce distali, senza troppi disturbi. Come quella lepre che qualche anno fa, sfruttando un manto nevoso particolarmente spesso, arrivò a saziarsi della corteccia verde delle branche più fini.

Le strategie di sopravvivenza delle piante, sia in termini individuali che di specie, intrecciano un mondo dal fascino irresistibile. Non finiscono mai di stupire per quanto uno le abbia studiate, e se non sei troppo grezzo ti fanno vivere incontri emozionanti. A proposito di anime che si incontrano dove non dovrebbero e maggiociondoli tosti, sentite questa.

Era di luglio quando decisi di far visita ai Sette Laghi in alta Valsugana. Col sole già vergognosamente alto camminavo in quel tratto del versante a sud in cui il sentiero non si inerpica, sale dolcemente spartendo in due un mare di rododendri, che come onde si infrangono sul corrugo morenico sottostante. Tanto è spesso e fitto quel tappeto di ericaceae che la stretta via sembra scavata nell’intrico. Tutto attorno un’enorme conca che sfuma in ripidi macereti di falda sotto a pareti strapiombanti. Lì l’arboreo è quasi tutto fuori gioco, solo qualche stoico larice si erge a rivendicare la fama di eroica sentinella delle vette di cui ama fregiarsi. Un passo dopo l’altro in silenzio, ascoltando le rare voci attorno, procedevo verso il valico che dà accesso alla Val Cavè, quando a sinistra un verso mi attira, mi giro e guardo. Scruto, ma non si palesa nulla. Però sullo sfondo, in alto, proprio ai piedi del ghiaione, c’è una macchia gialla color oro. Un alberello in fiore, giallo, di luglio e qui in cima. Mi viene ugualmente un sospetto, prendo il binocolo e non credo ai miei occhi: è proprio un maggiociondolo!

Gegal in fiore

Il Gegal è pianta che ama la montagna ma non troppo, nel senso che gli garba non troppo alta; i duemila non fanno per lui. Allora che ci faceva lassù, ma soprattutto come c’era arrivato? Un dilemma difficile da sbrogliare. Forse galeotto fu un ignaro vettore a quattro zampe che transumando dai bassi versanti si portò nello spesso vello un seme impigliato, che poi cadde proprio lì. Non mi viene in mente niente di più plausibile. Di certo c’è che le piante, attraverso le fantasiose opportunità che si creano in tema di disseminazione e sopravvivenza, fanno viaggi fantastici e colonizzano luoghi impossibili.

Quel laburno sperduto mi regalò l’emozione di un incontro straordinario. Mi dette la sensazione come di qualcuno mandato avanti, una testa di ponte destinata a preparare il terreno per un futuro insediamento. Un montanaro coriaceo e dalla testa dura che non molla la sua baita: più in alto di me nessuno!

A volte con gli alberi va così, non con tutti, ma qualcuno ti prende, lo guardi e ti senti pervaso dal fascino che emana. E non è solo questione di forme o mise floreali, ma di anime che si incontrano e condividono l’imponderabile.

Il Gegal a giugno, soprattutto se ha avuto la fortuna di attecchire nel posto giusto, ovvero al sole, regala a tutti bellezza a piene mani. A proposito di tempi di fioritura, si chiamerebbe maggiociondolo, che fiorisce di maggio, ed è giusto, ma l’epiteto è riferito a quell’altro, non all’alpino. Il nostro montanaro guarda il mare da un migliaio di metri più su, che corrisponde a un mesetto di ritardo vegetativo.

Consiglio a tutti di cercarsi un posto di maggiociondoli e poi andarci a passeggiare di giugno: le sue fioriture dorate danno l’emozione di lampi gialli che squarciano il verde degli smeraldini sfondi primaverili. Son lampi e durano poco, come tutte le fioriture selvatiche, ma per quel poco abbagliano.

La struttura fiorale è quella delle “leguminose” arboree, tipo robinia tanto per intenderci. Un lungo racemo di fiori gialli zigomorfi – a simmetria bilaterale – che si trasformeranno in una fila di piccoli baccelli contenenti a loro volta una fila di piccoli fagiolini neri, molto velenosi. Il sistema di disseminazione è perlopiù barocoro, ma si affida anche al vento. I baccelli secchi si aprono a formare due ali, con i semi ancora attaccati planano con le brezze più sostenute.

Primo piano del fiore di Gegal

Non ho usato a caso la parola “sostenuto”: le specie che sfruttano il vento per la disseminazione – le cosiddette anemocore – hanno tutto l’interesse di affidare i loro gioielli, faticosamente prodotti, a un vento abbastanza forte da garantire una lunga planata. A questo scopo la struttura deputata al volo sarà in grado di resistere ai refoli più blandi in attesa del vento giusto. Tutto tarato ovviamente al peso del frutto fluttuante. Ad esempio un pappo di tarassaco può volare a lungo con una brezza nella quale una samara d’acero montano cadrebbe quasi verticalmente.

Il Gegal è un albero piccolo, spesso policormico a causa della riduzione a ceppaia dovuta ai tagli eseguiti per il suo utilizzo. Ha scorza verdastra, che vira al marrone man mano che si procede verso il ritidoma più spesso. La foglia è composta e decidua, formata da tre segmenti o se preferite tre foglioline, cosa non frequente fra le specie nostrane.

Ed ha un cuore nero. Scritto così sembrerebbe un portatore di maleficenza, magari riferito alla sua perfida velenosità, niente di tutto questo. Per cuore nel frangente s’intende la parte centrale del fusto. Quel legno talvolta nero come l’ebano che si evidenzia al taglio e occupa la parte centrale della sezione. A mégoea si diceva un tempo. Più tecnicamente durame o semplicemente legno. Se si considera una sezione del fusto del maggiociondolo, partendo dalla scorza esterna e procedendo verso il centro, dopo la prima fase più chiara dove si svolgono tutte le funzioni vitali della pianta in termini di accrescimento e di transito linfatico, vi è una grossa porzione di fusto scuro ormai inattivo, con prevalente funzione meccanica. Ed è qui che si cela il segreto del gegal. È una questione di famiglia: le leguminose arboree tendono ad arricchire il durame con abbondanti depositi di tannini e altre sostanze capaci di preservarlo da qualsiasi attacco biotico disgregatore. Non marcisce e si presenta compatto, nero e duro.

Sezione di un tronco di maggiociondolo

Un bastone di maggiociondolo è per sempre, un palo da vigna per tre generazioni almeno, na passeta par sogati oltre la settima estinzione di massa. Ma deve essere lavorato, deve incontrare la mano di chi conosce i suoi segreti.

I pali per le magre vigne de merican – uva americana – venivano scelti fra i più dritti, cosa abbastanza difficile col gegal, che in quanto a crescita lineare mostra di non aver padroni. Ma duravano, e allora che vae in mona anca l’ocio, che vorrà pure la sua parte, ma di fronte alla fatica uno se pol sempre sararlo.

Pelarli però era indispensabile. Con la scorza e la corteccia attaccate, i rustici tutori attirano xilofagi di varia natura capaci di infestare i più teneri strati esterni, ma soprattutto lasciano al palo la possibilità di attecchire.

Avete capito bene, un palo fresco da 15 cm, con corteccia integra, conficcato per 50 nel terreno, se la stagione meteorica gli è favorevole, ha buone probabilità di radicare e dar vita ad un nuovo albero. In questa sua capacità credo superi qualsiasi altra specie: ad esempio i salici, considerati da tutti campioni della talea “bulgara”, gli fanno un baffo.

Il gegal è duro da lavorare, qualcuno lo equipara al più famoso ebano; io l’ebano non l’ho mai visto, però conosco il maggiociondolo e so che è coriaceo, ma una volta scolpito ti ripaga.

Della mia gente quelli che avevano meno “miseria”, ovvero più voglia di fare, quando potevano alcuni manufatti li costruivano in laburno. Con la parte nera.

Un oggetto di uso quotidiano era la passeta. Una specie di barchetta con due fori che serviva a stringere e a mantenere legati i colli di fienofassi – o i fasciami di legna. L’attrezzo ligneo si univa a una corda di canapa chiamata sogato. Anzi no, il canapo era chiamato corda e sogato era la corda più la passeta. Quando da bambino ho cominciato a prendere coscienza del mondo fisico che mi aveva accolto, i sogati erano lì ad aspettarmi come qualcosa di naturale su cui non necessitavo riflettere, c’erano e basta. Per apprezzare tutto il loro genio c’è voluto molto, son dovuto prima uscire dal carapace che conteneva la mia vita di agrario delle masiere, entrare in quella della tecnologia “moderna”, per accorgermi che la genialità non è costruire macchine sempre più sofisticate ed energivore, ma arrangiarsi con poco. Questo non smetterò mai di ripeterlo, perché costituisce l’unica vera rivoluzione moderna possibile.

Esempio di passeta. La V sta per Vittorio, nonno di Ivan, autore dell’articolo

Quella del legno è conoscenza che sta evaporando come acqua di lago che non copre più e si ritira in pozzanghere. Relegata nel sapere di pochi, la pratica antica diventa eco che per un po’ rimbalza, ma alla fine si spegne.

Qualche riga fa ho consigliato di cercare un luogo di maggiociondoli e andarci a giugno per godere delle spettacolari antesi. Uno c’era anche su in una malga nostrana, una bella siepe naturale aggrappata al ciglio di un vecchio e lungo pianoro relitto della grande guerra. Una bella fila di ceppaie di nessun nocumento al pascolo, ma di notevole valore paesaggistico. Non ci sono più. Rasate al suolo in onore non so di quale bizzarra idea di ordine. O forse si tratta solo di moderna, endemica incapacità di vedere il bello nel reale, anche se straripa. Ormai tutte le cose di questo mondo, comprese le cosiddette “bellezze naturali”, per destare interesse devono prima piegarsi al lavacro purificante della virtualizzazione. Mondate da tutti i peccati terreni con un virtuoso processo di dematerializzazione, sono pronte a solcare gli universi della speculazione o della spettacolarizzazione da divano. Valgono solo se sono inscatolate dentro a un monitor. Eppure la bellezza sta anche lì dove nessuno te la preannuncia con cartelli, cartine, depliant, conferenze e progetti. Bellezza cresciuta da sola, da un seme volato con un colpo di maestrale, bellezza coltivata da vaccari ignoranti che sapevano della buona ombra per le vacche. Uomini grezzi e taciturni che nelle tiepide sere di giugno, camminando verso casa, deviavano per un pianoro bordato di laburni solo per ubriacarsi di giallo e ascoltare il ronzio dei bombi attardati su quei fiori profumati di vaniglia. Il nuovo che avanza non li ha visti, e sì che di bellezza avrebbe pure avuto necessità dato che pretende di vendere salsicce ai turisti. O forse sta proprio qui il problema, sono i turisti che vedono solo le salsicce.

Il Gegal sa di cetriolo; è il suo odore se lo scortecci, non saprei descriverlo meglio. Se mi concentro lo sento, lo sento come quando col falsin aiutavo mio padre a scortecciare i pali. L’ultima volta che mi ha inondato le narici è stata l’altra estate, ho pelato un giovane fusto sottratto a una ceppaia, ne ho ricavato un rustico bastone che ho regalato. Un umile dono, ma se l’omaggiato saprà conservarlo sarà per sempre.

A volte capita se ti distrai un po’, magari colto da sana pigrizia, che il maggiociondolo quatto quatto si appropri di un angolo di pascolo e ti crei un boschetto. Nel lungo peregrinare per le mie montagne ne ho visti vivere e morire più d’uno. Non sono propriamente belli, il Gegal non è albero per boschi, al massimo boschetti, ma nascondono feracità di cui pochi si accorgono. A loro va la mia gratitudine più grande.

D’ottobre su quei pendii di maiolica sonante, fra arse ombre cosparse di foglie trine, ho cercato la regina. Ho atteso col cuore in gola i suoi involi fulminei, ho lasciato che quei battiti d’ali di beccaccia diventassero il mio sogno più bello, sotto a disordinate chiome di maggiociondoli.

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